NAPOLI | STEFANO RODOTA’ BENI COMUNI | ISTITUTO ITALIANO STUDI FILOSOFICI

 

In occasione della Lectio Magistralis  del Prof Stefano Rodotà “Beni Comuni. L’inaspettata rinascita degli usi collettivi” Gabriella Riccio interviene alla Tavola Rotonda su “La pratica dell’uso civico come scelta etica estetica e politica per il sensibile comune“. Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli. Palazzo Serra di Cassano Martedì 21 febbraio ore 16:00.  VIDEO   | download PAPER


LA PRATICA DELL’USO CIVICO COME SCELTA ETICA ESTETICA E POLITICA PER IL SENSIBILE COMUNE 
Intervento di Gabriella Riccio è artista-coreografa, attivista, ricercatrice indipendente segue il movimento degli spazi culturali autogovernati ed ha partecipato ai tavoli di lavoro per l’elaborazione della Dichiarazione di Uso Civico e Collettivo Urbano dell’Asilo-Ex Asilo Filangieri di Napoli nell’ambito di “Beni Comuni. L’inaspettata rinascita degli usi collettivi”
Lectio Magistralis e Tavola rotonda con Stefano Rodotà
Istituto Italiano per gli Studi Filosofici di Napoli
21 Febbraio 2017

Nonostante il forte segnale dato dal mondo culturale assegnando il Premio Franco Quadri all’Angelo Mai, questa esperienza rimane sotto minaccia di sgombero, in questi giorni è stato definitivamente sgomberato quel che resta di Rialto Occupato, il Teatro Valle è ancora chiuso da due anni, vuoto! il Teatro dell’Orologio chiuso con sigilli per diligenza amministrativa che niente ha a che vedere con la decenza amministrativa. Tutto questo accade mentre il settore della produzione artistica e culturale è in grande sofferenza per mancanza di fondi. Lentamente il mondo delle istituzioni culturali si sta mostrando interesse al caso napoletano: ad ottobre l’Asilo è il primo centro informale a diventare membro della rete europea Trans Europe Halles, rete di oltre 60 centri culturali in 58 paesi europei, nati su iniziativa degli artisti e dei cittadini. Ad ottobre è invitato come caso di buone pratiche al progetto Europeo sul Patrimonio dimenticato “Forget Heritage”. La prossima settimana a Milano questa esperienza sarà presentata nell’ambito delle Buone Pratiche del Teatro. La pratica dell’uso civico si pone come scelta politica etica ed estetica per quello che Rancière definisce il sensibile comune non solo come come forma di autogoverno dei beni comuni, utile per la rivitalizzazione da parte dei cittadini di spazi abbandonati, inutilizzati o sotto utilizzati, ma anche come forma di autogoverno in ambito artistico e culturale. Le mobilitazioni nel settore culturale in Italia sono consapevoli della non neutralità degli spazi che occupano Alla luce della pratica dell’uso civico voglio rileggere quanto scrive Rancière a proposito della partizione del sensibile: “Chiamo partizione del sensibile quel sistema di evidenze sensibili che rendono contemporaneamente visibile l’esistenza di qualcosa di comune e le divisioni che, su tale comune, definiscono dei posti e delle rispettive parti. Una partizione del sensibile fissa dunque allo stesso tempo un comune condiviso e delle parti esclusive. Questa partizione delle parti e dei posti si fonda su una ripartizione degli spazi, dei tempi e delle forme di attività che determina il modo stesso in cui un comune si presta alla partecipazione e il modo in cui gli uni o gli altri avranno parte a questa partizione. Il cittadino, scrive Aristotele, è colui che ha una parte nel governo e nell’essere governato. Ma un’altra forma di ripartizione precede questo avere parte: quella che determina chi potrà avere parte […] La partizione del sensibile rende visibile chi può avere parte al comune in funzione di ciò che fa, del tempo e dello spazio nel quale la sua attività si esercita. Avere questa o quella “occupazione” definisce così delle competenze o delle incompetenze in relazione al comune. Il che definisce il fatto di essere o non essere visibile all’interno di uno spazio comune, di essere o non essere dotato di un linguaggio comune, ecc. Alla base della politica c’è dunque una ”estetica” […] La politica ha per oggetto ciò che può essere visto e ciò che può essere detto, chi abbia la competenza per vedere e la qualità per dire; la politica ha per oggetto la proprietà degli spazi e i possibili del tempo.”

Utopie e eterotopie – dal dire al fare – In occasione della conferenza di Roma sul comunismo a gennaio Brett Nielson (Professore della Western Sidney University) afferma: “The performative announces, the opearational makes it happen” – “il performativo annuncia, l’operativo realizza”. Il momento dell’occupazione è il momento in cui le esperienze nate dalle lotte annunciano con un gesto di rottura un nuovo mondo possibile. Questo “possibile” ha a che fare con il concetto di “utopia”. L’utopia isola ideale di Tommaso Moro è il non luogo, il luogo che non esiste. In questa direzione Rancière: dal “punto di vista della riconfigurazione del sensibile comune, la parola utopia è portatrice di due significati contraddittori. L’utopia è […] il punto estremo di una riconfigurazione polemica del sensibile che infrange le categorie dell’evidenza; ma è anche la configurazione di un luogo buono, di una visione non polemica dell’universo sensibile nel quale ciò che si vede e ciò che si dice si armonizzano perfettamente” Nel momento in cui queste esperienze, quelle delle mobilitazioni e delle lotte degli spazi culturali occupati o liberati, assumono la sfida e la responsabilità di mettere in atto nel quotidiano quanto annunciato dalla visione, creando, producendo e accogliendo tutte le contraddizioni che il fare reale e la reale apertura comportano – soprattutto quando si tratta di fare concretamente e diversamente circondati dalla logica dominante, perversa e pervasiva del neoliberismo più sfrenato, – basti pensare che il lessico mercantile e manageriale ha colonizzato l’ambito dell’arte e della cultura, così riducendo, quasi cancellando, la differenza fra l’attività di produzione economica e l’attività di creazione artistica Oggi non ci sorprendiamo più quando sentiamo parlare di “industria culturale”, è un dato di fatto acquisito dal linguaggio e dal pensiero, “artisti imprenditori di se stessi”, gli artisti si piegano alla menzogna cercando di accedere a bandi riducendo il processo di ricerca e creazione in termini di “missione, obiettivi e risultati attesi”: niente di più lontano dalla pratica artistica! – queste esperienze non si collocano più come utopie ma come eterotopie, non più non-luoghi, ma luoghi diversi, luoghi altri. Questa alterità consiste nel porsi non come delle isole avulse dal contesto, ma come spazi-dispositivo in grado di trasformare in modo rizomatico l’esistente. Laddove le utopie designano ambienti privi di localizzazione effettiva, le eterotopie foucaultiane sono luoghi reali: «spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi stessi designano, riflettono o rispecchiano». Simmetrico inverso al concetto di utopia, il concetto di eterotopia designa luoghi aperti su altri luoghi, luoghi la cui funzione è di far comunicare tra loro degli spazi (spazi del diritto, dell’amministrazione, della produzione, dell’arte e della cultura, del lavoro materiale e immateriale, dell’economia e del sociale).

Pratica dell’uso civico come scelta etica e politica – La politica può come nel caso romano reprimere o come nel caso napoletano sostenere questo potenziale di trasformazione soprattutto quando i fondi sono scarsi e male distribuiti e i tempi della politica e dell’amministrazione non riescono a stare al passo con la vitalità del settore artistico e culturale. Il sistema di amministrazione della cultura e del teatro è obsoleto, lo sappiamo, soffre per una atavica incapacità di stare al passo con il presente, ne è la prova la tanto attesa quanto disastrosa riforma del FUS 2015 che nascondendosi dietro calcoli e algoritmi in nome di equità e neutralità non ha fatto altro che sfasciare ulteriormente l’esistente. L’arte e la cultura per loro natura hanno bisogno autonomia, ma l’autonomia non si dirige, si libera. E’ un invito questo agli amministratori a fare meno, intervenire meno, lavorare nella direzione della deregolamentazione e favorire il grande potenziale di cui queste esperienze sono portatrici per avere un ambiente artistico e culturale autentico, sano, vitale e vivace che non venga ridotto a merce di scambio clientelare. Il riconoscimento da parte delle amministrazioni della pratica dell’uso civico in ambito artistico e culturale no può che mirare a sostenere e garantire ambienti perché l’arte e la cultura si manifestino come pratica di libertà. Ecco allora che gli usi civici emergono nel loro carattere etico. L’uso non è una cosa, l’uso si esercita, l’uso è una pratica. Questi spazi invece difendendo la dimensione improduttiva della creazione artistica e della ricerca, l’incompiuto come atto poetico, il procedere per discontinuità, danno prova che le lavoratrici e i lavoratori dello spettacolo autorganizzandosi sanno fare un uso più efficiente delle risorse mettendo in comune mezzi di produzione e competenze. Ecco che questi spazi sono in grado di accogliere sostenere e sviluppare con ritmi altri tutte quelle spinte produttive, artistiche, creative reali del territorio – ne è la dimostrazione concreta l’elevato numero e qualità di nuove creazioni, formazione, esperimenti, prove, residenze, produzioni che sono realizzate settimanalmente in questi luoghi prova della vivacità e ricchezza artistica e culturale del territorio.

Pratica dell’uso civico come scelta estetica – Artisti, compagnie si emancipano e si aggregano sperimentano accanto a nuove modalità di produzione anche nuove modalità di confronto e di relazione cooperative e solidali, non competitive, si modifica gradualmente così il panorama dei rapporti tra le varie realtà sul territorio. Accessibilità e apertura in ambito artistico e culturale sulla base della pratica dell’uso civico non significa apertura acritica e indiscriminata:

  • impone un ripensamento del concetto di direzione artistica come siamo abituati a concepirlo, alla direzione artistica l’accesso si apre all’inclusività e in modo spontaneo e naturale e aderente alle spinte del territorio si creano percorsi per assonanza di linguaggio che potremmo definire curatoriali dal basso;
  • impone un ripensamento sulla questione della professionalità e del merito, e il confine tra professionale e amatoriale, tra accademia e autodidatta, sfida ad un certo conformismo culturale imposto in vario modo nei campi dell’arte e della formazione, nella pratica dell’uso civico grandi nomi e realtà meno conosciute sono sullo stesso piano;
  • l’imprevisto e l’imprevedibile diventano pratica quotidiana di accoglienza e confronto;
  • la pratica dell’uso civico incoraggia incontro, relazione, ascolto, e richiede una disposizione alla flessibilità degli attraversamenti in un clima di solidarietà, mutualismo e collaborazione;

ma soprattutto richiede massima cura delle relazioni e senso di responsabilità: dal confronto con chi si avvicina, nasce sia per assonanza che per dissonanza dialogo, condivisione e trasmissione delle pratiche, messa in crisi, problematizzazione, messa in discussione delle scelte, dei valori in un continuo ed inesorabile aggiustamento che è manifestazione stessa della vitalità e dello stato di salute del processo.

Il processo è il modello – In una parola nel caso dell’uso civico il “processo” è il modello. Restare “aperti” non è facile. Il difficile è restare aperti alle contraddizioni, alle quali non si risponde con la chiusura ma con disponibilità e assunzione di responsabilità nei confronti del processo senza sottrarsi mai alla problematizzazione e al confronto. Si innesca così un circolo virtuoso che si allarga a spirale e rompe gli schemi abitudinari, producendo nel tempo trasformazioni reali. E’ proprio attraverso la pratica del consenso come metodo di sviluppo del pensiero critico da trovare quotidianamente in seno ad una comunità informale, molteplice, mutevole che si annida un forte potenziale di trasformazione. Il pericolo più grande, se pensiamo alle possibilità di trasmissione/allargamento di queste esperienze, quello di pensare di potere esportare un modello invece di trasmettere la pratica. Non dimentichiamo che ci sono voluti molti anni e tavoli di confronto per arrivare alla stesura Regolamento di uso civico, un tempo necessario perché si crescesse insieme nella pratica. Sana pratica del consenso e massima cura delle relazioni e senso di responsabilità rappresentano la sfida più grande insita nella pratica dell’uso civico. L’uso civico poi lascia aperte due scottanti questioni che riguardano le economie e il lavoro. E concludo: Lo scorso anno Maurizio Zanardi scriveva: “Spazio poroso non significa spazio a tutto aperto. Nulla più di uno spazio che voglia mantenersi spazioso richiede scelte rigorose, perché basta che si dia adito alla volgarità, alla stupidità, al cattivo incontro, perché lo spazio si chiuda, si faccia compatto, come compatta è la stupidità. E’ questa la posta in gioco all’Asilo: insistere nella costruzione di uno spazio dei buoni incontri, che potenzino la forza di agire e sperimentare. E visto che si parla tanto di “beni comuni”, conviene affermare, proprio imparando dalla concreta esperienza dell’asilo, che il bene non è una “cosa” ma una prassi. Non qualcosa di già esistente, di cui si tratterebbe di riappropriarsi, ma innanzitutto un agire collettivo da inventare. Un agire che non preesiste alla sua comparsa. Intorno al bene-cosa si scatenano inevitabilmente dinamiche appropriative: ognuno tenta di strappare una parte, un frammento, del bene. Il bene-cosa viene “sbranato” per essere diviso tra i gruppi, gli interessi particolari, i poteri esistenti. Il bene come prassi è, all’opposto, inappropriabile e indivisibile, perché, fin quando la prassi è all’opera, essa coincide con l’autonomia e l’insieme dei gesti di chi la esercita. Per essere chiari, se c’è un bene, questo non è l’edificio “Asilo Filangieri”, di cui si può fare un pessimo uso, ma la pratica che lo inventa come luogo di buoni incontri.”

Riferimenti
Call I., On/off. Note sull’arte del rifiuto di Maurizio Lazzarato, Operaviva, nov. 2016
Rancière J., Le partage du sensible. Esthétique et politique, La fabrique editions, Paris 2000, La partizione del sensible. Estetica e politica, trad. Francesco Caliri, DeriveApprodi, Roma 2016
Foucault M., Utopie Eterotopie, Cronopio 2006, p. 12

Zanardi M., Sottrazioni, eterotopie, laboratori, in Lo stato della città. Napoli e la sua area metropolitana, Monitor, Napoli 2016, p. 452

 

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